IL TEMPO NON TEMPO DI GLIMOIRE

[già su Ispirazioninfiera - Vite a regola d'arte e per breve tempo su Squitty dentro l'armadio - post in collaborazione con Riccardo Dadone]

La giornata a Florence Creativity stava ormai scivolando verso la chiusura con quella lentezza tipica delle fiere, quando il tempo sembra essersi consumato del tutto.

Il brusio continuo che aveva riempito l'aria per ore si era progressivamente trasformato in un rumore basso, intermittente, fatto di ultime domande e rapidi saluti, di acquisti dell'ultim'ora e di corse per rivedere qualche manufatto da cui prendere ispirazione.

Anche la luce viva del mattino e del primo pomeriggio era mutata, lasciando il posto a colori più tenui e sfumati, mentre le ombre della bella serata autunnale cominciavano a prendere forma, dando l'impressione che pure loro, i colori intendo, non vedessero l'ora di andare a riposare.

I visitatori iniziavano ad essere visibilmente stanchi e parevano procedere quasi svogliati, trascinando i passi fra uno stand e l'altro, ripercorrendo per l'ultima volta quegli stessi percorsi che, durante la giornata, avevano più volte esplorato in cerca di meraviglie.

Gli artigiani, uno dopo l’altro, mostravano la stessa identica stanchezza: spalle un po’ abbassate, mani che si muovevano più lentamente, sorrisi che non erano più quelli pieni del mattino, ma quelli quieti di chi ha dato tutto.

Era, insomma, un'ora sospesa, in cui non si era più davvero dentro la giornata, ma non se ne era ancora fuori. Un momento in cui il tempo sembrava scorrere in modo diverso, più lentamente, fino quasi a fermarsi.

Glimoire, nel suo angolo, incarnava perfettamente quel tempo non tempo, perché aveva addosso l'espressione di chi ha parlato, spiegato, condiviso abbastanza. Non c'era più spazio per un'altra storia, un'altra presentazione o un'altra curiosità da soddisfare. Si percepiva chiaramente che la sua energia, per quel giorno, era esaurita.

Riccardo ed io l'abbiamo capito al volo: non era proprio aria! 

Non ci è servito nemmeno parlarne, ci è bastato guardare Marco [N.d.A. Magliozzi, titolare di Glimoire - Gioielli senza tempo] per renderci conto che in quel momento, davanti a noi, non c'era più l'artigiano affascinante che smonta il tempo e lo rimonta a modo suo, ma una persona stanca dopo ore di fiera, con lo sguardo di chi non ha più risorse e ha già la mente altrove, chiedendo un po' di tregua.

Noi, per rispetto, tacitamente d'accordo, abbiamo lasciato cadere - pur con rammarico - ogni velleità e ogni intenzione di approfondire.

Riccardo, però, con la sua propria naturalezza, si è avvicinato lo stesso. Non per intervistarlo, non per ottenere qualcosa, ma solo per un saluto o un commento, sicuramente una frase gentile. Parole scambiate a bassa voce, che non ho udito. Non perché non volessi partecipare alla conversazione o per disinteresse, ma perché in quel momento mi sono letteralmente estraniata, certo senza rendermene conto, attirata dalle opere esposte sul tavolo.

Mentre Marco e Riccardo conversavano, io ero già altrove, completamente immersa in quei dettagli che sembravano raccontare più di quanto chiunque avrebbe potuto dire a voce. Piccoli frammenti di metallo, ingranaggi, quadranti, tasti di macchine da scrivere, ognuno con una storia che non conoscevo, ma che sentivo comunque presente.

Ogni pezzo sembrava portare con sé una memoria, un frammento di vita vissuta altrove.

Guardandoli avevo la sensazione che il tempo non fosse davvero passato, ma che avesse semplicemente cambiato forma: da misura a materia, da ingranaggio a gioiello.

Le prime impressioni sono state di totale ed assoluto stupore!

Mi colpiva il contrasto tra le precisione meccanica e la poesia del riuso, tra la freddezza del metallo e il calore, palpabile, delle mani che lo avevano trasformato.

Ero stupita perché in quei frammenti non vedevo più oggetti, ma vite. Ogni ingranaggio sembrava portare con sé un tempo vissuto, un gesto ripetuto, un rumore familiare ora trasformato in silenzio.

In un certo senso, si può dire, è come se il passato avesse trovato un modo per continuare ad esistere.

Marco aveva saputo, sapientemente, restituire un'anima a ciò che, presumibilmente, era stato abbandonato.

Eppure in tutto questo non c'era nulla di nostalgico, non c'era traccia di malinconia, solo un equilibrio perfetto tra memoria ed invenzione.

Quello che mi stupiva davvero era il modo in cui quei pezzi erano assemblati, non c'era improvvisazione e nemmeno casualità, ogni frammento sembrava aver trovato il proprio posto naturale, come se fosse sempre appartenuto a quella nuova forma.

Era come se Marco avesse ascoltato la voce di ogni pezzo e gli avesse dato la possibilità di dire qualcosa di diverso, qualcosa che prima non poteva dire.

Forse è stato proprio in quel momento che ho capito una cosa: anche senza aver intervistato Marco, anche senza avergli rivolto una sola domanda, era come se avessi conosciuto comunque una parte di lui. 

Mentre questa consapevolezza prendeva forma, la conversazione tra Marco e Riccardo andava spegnendosi ed è stato allora che sono rientrata in scena, come se qualcuno, all'improvviso, avesse rialzato il volume del mondo attorno a me.

Un sorriso, una rapido saluto, un arrivederci a presto. Non c'era proprio spazio per altro.

Alcuni incontri non hanno bisogno di grandi conversazioni per lasciare un segno, basta un istante.

Il resto lo fa il tempo o quel tempo sospeso che, con Glimoire, sembra non scorrere mai davvero!



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Aggiornamento del 1° giugno 2016

Ispirazioninfiera - senza Federica e Riccardo, ma con Barbara e Fabiola - ha incontrato di nuovo Glimoire. 

Roma, non più Firenze, lo scenario dell'intervista.



Se vuoi scoprire il progetto Ispirazioninfiera, puoi leggere qui.



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