Non contare i passi, ma i battiti
(Antonio Gregolin - ideatore e curatore della mostra)
Se mi avessero detto che, un giorno non ben definito, avrei visitato una mostra sulle scarpe, probabilmente sarei scoppiata a ridere. E pure di gusto!
Il motivo è presto detto: donna priva di qualsiasi interesse per le calzature, lontanissima da quella passione tipicamente femminile per esse, ho sempre considerato décolleté, sandali, stivali, ballerine sneakers o scarpe da ginnastica semplici oggetti da usare, non certo status symbol da esibire.
Mai sono state oggetto di desideri irrefrenabili - Mio Dio, le devo avere! - oppure esemplari da collezionare. Mai hanno fatto capolino in qualche conversazione fra amiche. Mai mi sono svenata per avere qualche modello imperdibile.
Vista la delicatezza dei miei spesso martoriati piedini, specie negli ultimi anni, le scelgo comode, preferibilmente di qualità e certamente piacevoli dal punto di vista estetico, il che si traduce nell'averne, nonostante tutto, qualche bel paio allineato sullo scaffale.
In definitiva, però, per me le scarpe sono semplicemente scarpe e tali rimangono.
Ma poi, davvero, le scarpe si mettono in mostra?
C'è chi pensa di sì!
Antonio Gregolin - giornalista, educatore, informatore, artista, regista - è l'ideatore della mostra Camminamente. Il mondo dei camminatori. I camminatori del mondo.
Nato a Vicenza nel 1968, nonno e padre calzolai di paese, ha sviluppato naturalmente una passione per questi oggetti così comuni e per le storie nascoste tra le pieghe della loro pelle o negli intrecci dei loro lacci.
Camminamente, però, va molto oltre la semplice esposizione, perché ci si accorge subito che le scarpe sono solo la scusa, il pretesto per raccontare qualcosa di molto più grande: il mondo dei cammini.
Io non sarei in grado di farne uno intero senza lamentarmi e invece ci sono persone che li studiano, li percorrono, li vivono e li raccontano, trasformandoli non in una collezione da esibire (solo in Italia quelli censiti sono più di quattromila), ma in una vera e propria filosofia di vita.
Le scarpe della mostra, insomma, non intendono evidenziare meriti o abilità, che innegabilmente in molti casi sono presenti, vogliono raccontare i motivi per i quali qualcuno ha deciso di mettersi in cammino. Non c'è ostentazione, non c'è vanità, non c'è la retorica del Guardate cosa ho fatto! C'è invece il sincero desiderio di capire cosa spinge una persona a partire, a lasciare la comodità del divano per infilarsi in un sentiero, a trasformare un paio di scarpe consumate in una storia che vale la pena raccontare.
Dopo aver toccato luoghi simbolici quali la Basilica di San Francesco ad Assisi, di Sant'Antonio a Padova e il Santuario di Santa Maria della Vita a Bologna, Cammminamente è arrivata a Fondo in Val di Non, dove è stata inaugurata il 13 luglio scorso presso il municipio.
Ospite d'onore il camminatore scalzo Tom Perry, che ha raccontato la sua prima sfida, nel 2002, sul Monte Carega nelle Piccole Dolomiti e la sua scelta radicale di non usare scarpe durante le sue escursioni: i piedi sono l'unico vero punto di contatto tra l'essere umano e la Terra, nessun'altra parte del corpo tocca il suolo in modo così diretto; ecco allora che camminare scalzi significa recuperare un legame con il nostro pianeta, traendo da esso un'energia che è andata progressivamente perdendosi a causa di strati di gomma e di tecnologia.
La scelta di Fondo come nuova sede della mostra non è casuale, perché da anni il paese è un punto di riferimento per le migliaia di persone che percorrono il Cammino Jacopeo d'Anaunia (presentato ufficialmente nel 2009), un itinerario che ha riportato in vita antiche vie di pellegrinaggio e che rappresenta oggi uno dei cammini più significativi del Trentino.
Fondo inoltre custodisce un patrimonio unico in Italia: cinque affreschi medioevali dedicati a San Giacomo, dipinti tra il Quattrocento e il Cinquecento sui palazzi del centro storico. Un dettaglio che lega profondamente il territorio alla tradizione giacobea e che rende questo luogo quasi predestinato ad ospitare una mostra dedicata al camminare.
Camminamente a Fondo assume quindi un duplice valore: culturale, perché dialoga con la storia del paese e con la sua memoria; turistico, perché diventa un richiamo per chi arriva in valle proprio per mettersi in cammino o semplicemente per trascorrere qualche giorno di relax.
Nel cortile interno una serie di pannelli esplicativi introduce il visitatore nel cuore della mostra, offrendo prospettive diverse sull'atto del camminare: il curatore Antonio Gregolin, di cui sono esposti anche gli scarponi, ricorda che le calzature conservano la memoria del passato, siamo noi tutti, cioè, il risultato di quanto abbiamo vissuto; il Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente Pontificio del Consiglio della Cultura, sposta lo sguardo sulla dimensione spirituale, sottolineando come, in fondo, la Bibbia sia un libro scritto da migranti - Adamo, Gesù, San Paolo - e come persino le scarpe consumate dei pellegrini abbiano una loro sacralità; per Franco Cardini, storico medievista, le scarpe non sono semplici oggetti, ma protezione degli organi del movimento, sono metaforicamente parlando la cultura che custodisce la natura; infine Paolo Rumiz, giornalista e camminatore, sottolinea poeticamente come tutte le strade abbiano una voce e le scarpe siano fatte per sentirla, il cammino dunque come ascolto.
Sempre nel cortile una seconda serie di pannelli amplia ulteriormente il discorso sul camminare, mostrando come questo gesto apparentemente semplice sia legato non solo alla storia e alla cultura dei popoli, ma anche alla biologia.
Il camminare attraversa civiltà e tradizioni molto diverse tra loro - sono esposte le ciocie dei pastori, che raccontano una vita in movimento dettata dalla necessità oppure i mocassini dei nativi americani, che testimoniano il legame profondo con la Terra e con il clan - fino a diventare simbolo universale presente nella storia delle religioni e dell'arte - si ricordano la camminata impressa nel fango pietrificato in Tanzania, testimonianza preistorica di grande importanza; le grandi impronte scolpite nel tempio di Ain Dara in Siria; le orme che, nell'arte buddista, rappresentano l'Illuminato; Mosè che si toglie i sandali davanti ad un luogo sacro; le impronte di Gesù presenti nella catacombe o in altri luoghi della cristianità; le tracce di mani e piedi scolpite dai pellegrini nella chiesa rupestre di Monte Sant'Angelo in Puglia; le impronte di Maometto alla Mecca.
Segni disseminati nel tempo e nello spazio che mostrano come il camminare sia stato per millenni un gesto sacro, identitario, profondamente umano.
Interessante poi scoprire che il desiderio di muoversi, in certi casi, scaturisce dalla chimica. La ricerca genetica ha infatti individuato nel DNA umano un gene, DRD4-7R, noto anche come gene della Wanderlust (voglia di girovagare), presente solo nel 20% della popolazione e più diffuso tra i popoli che sono migrati nel corso dei secoli. Questo suggerisce che l'impulso di esplorare, spingersi oltre, cercare nuovi orizzonti non è solo un fatto culturale, ma una predisposizione ancestrale inscritta nella nostra biologia.
Colpisce il dialogo ideale fra Van Gogh, che ha trasformato le scarpe in un soggetto artistico carico di significato, e Toni Zarpellon, autore dei cinque disegni donati alla mostra: due sguardi diversi che convergono sul camminare come gesto umano universale.
Bimbi vitruviani è l'installazione di Laura Govoni che concentra l'attenzione sul momento originario del cammino umano, il momento in cui, cioè, ogni bambino cade, inciampa, si fa aiutare dagli adulti e solo pian piano riesce a stare saldo sulle proprie gambe, iniziando a percorrere autonomamente la propria strada.
La riflessione dell'artista si intreccia con una celebre annotazione di Leonardo da Vinci nel Codice Atlantico, Raro cade chi ben cammina, e con le forme dell'Uomo vitruviano, cerchio e quadrato. Queste forme, che nella tradizione leonardiana rappresentano la ricerca della perfezione umana e divina, vengono qui ricondotte all'origine, cioè ai bambini, punto di partenza del cammino umano.
Il colore verde, scelto come tonalità dominante, richiama la dimensione naturale dell'umanità.
Le scarpe dei bambini, i loro passi orientati verso il tempo che verrà, diventano un invito ad interrogarsi sul ruolo che ciascuno di noi ricopre sulla Terra.
Dopo l'ampia introduzione, che già da sola vale la visita, si arriva al nocciolo della mostra, cioè le tre sezioni che ne costituiscono l'ossatura narrativa: Scarpe di Sport e Passione, Scarpe della Storia e Scarpe della Fede. Tre percorsi distinti, ma complementari, che mostrano come il camminare possa diventare gesto atletico, memoria collettiva o esperienza spirituale.
La prima sezione focalizza l'attenzione sul camminare come gesto atletico, disciplina, allenamento. Qui le calzature raccontano storie di imprese colossali, di fatica, di obiettivi raggiunti e di percorsi costruiti passo dopo passo. Sono scarpe che parlano del movimento come scelta, come impegno quotidiano, come desiderio di superare ogni limite. Ogni modello esposto è legato ad una pratica e ad un contesto precisi, ad un modo diverso di vivere il corpo in azione.
Un piccolo spazio all'interno di questa sezione propone un punto di vista diverso: le scarpe come metafora, come strumento narrativo, come modo di attraversare la vita degli altri.
Emilio Salgari lo riassume con una frase che è tutto un programma Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli. Il cammino per lui è immaginazione pura, un viaggio mentale che non ha bisogno di strade, ma solo di parole.
Diverso lo sguardo di Marco Paolini che calza per vocazione le scarpe degli altri, raccontando vite, passati e memorie. Il suo è un viaggio virtuale per gli spettatori, un attraversare i cammini del tempo. In Anabasi scrive Sulla via del ritorno comincio a sognare il momento in cui, tolte le scarpe, mi infilo le robuste ciabatte tirolesi fatte per casa ma che uso anche per andare nel campo. Il cammino, dunque, non è fisico, è mentale. È il concetto di partire per poi tornare, di perdersi quel tanto che serve a non perdersi davvero.
A chiudere questo trittico c'è Ermanno Olmi, regista di fama internazionale, non un camminatore, ma un autore che ha fatto camminare il cinema. Il suo L'albero degli zoccoli è una pietra miliare della cinematografia italiana. Olmi dona alla mostra le sue scarpette da calcio, simbolo di un sogno mai realizzato in gioventù, trasformando ancora una volta le scarpe in desiderio e possibilità.
Nella seconda sala le calzature diventano documenti, raccontano migrazioni, condizioni di vita, ruoli e identità. Sono oggetti che hanno percorso strade reali, ma anche simboliche, accompagnando comunità, trasformazioni ed eventi. Guardarle significa osservare la storia dal basso, dal punto di vista di chi l'ha attraversata camminando.
In tempo di guerra il camminare diventa spesso questione di sopravvivenza, così come possedere o meno le scarpe segna a volte la differenza tra il vivere e il morire. Sono oggetti essenziali, consumati, riparati più volte che raccontano la durezza dei percorsi e la fragilità delle vite che li hanno attraversati.
Sono presenti in mostra calzature che raccontano il Novecento e il presente attuale attraverso le sue fratture e i suoi drammi. Le scarpe del soldato del '99 riportano alla Prima Guerra Mondiale e al fango delle trincee; la Seconda Guerra invece è ricordata dal cammino-pellegrinaggio (1998) di un figlio sulle orme del padre, alpino nella Russia del 1943; le scarpe dei deportati nei campi di concentramento sono testimonianze silenziose di cammini interrotti e vite spezzate; le scarpe degli esuli istriani del 1955 evocano l'abbandono, la fuga e la perdita della propria terra; più recenti le scarpe di Sarajevo, simboli di una città assediata, e quelle dei migranti di oggi che riportano nel presente il tema del cammino forzato, ricordando che la storia continua a produrre esodi e partenze spesso molto dolorosi.
La sezione si completa con tre esempi che mostrano come il camminare possa assumere significati radicalmente diversi: c'è il cammino che nasce dalla fuga, come quello dell'esodo radioattivo del 1986 con le scarpe provenienti da un villaggio poco lontano da Chernobyl (unico paio esposto non visibile, proprio perché pericoloso); la prima camminata lunare, quando il passo umano ha superato ogni confine immaginabile; il cammino collettivo della Ciaspolada, che ogni anno attraversa la neve della Val di Non, riportando il tema del camminare nel presente, come gesto condiviso, festoso e partecipato.
Nella terza sezione, ospitata in una sala poco lontana dal municipio, il camminare assume un valore più alto: pellegrinaggi e percorsi sacri non sono solo movimento fisico, ma interiore. Le calzature segnano strade di ricerca, di dedizione, di silenzio e di preghiera.
Un interessante pannello spiega l'alfabeto del cammina-mente, parole che, messe in sequenza, formano una sorta di vocabolario essenziale del muoversi: dal passo fisico al percorso interiore, dalla partenza alla trasformazione, dal cammino reale a quello simbolico.
Vengono poi raccontati, attraverso le peculiarità del bordone usato, i quattro grandi cammini medioevali, verso Roma, la Terra Santa, Santiago di Compostela, Monte Sant'Angelo. Questi percorsi, diversi per geografia e simboli, condividono la stessa idea di fondo: il cammino come trasformazione, come prova e come ricerca di un senso.
Si illustra anche l'evoluzione dell'aspetto del pellegrino nel tempo: dal mantello all'abbigliamento tecnico, dalla pelle al Gore-Tex, dalle sacche agli zaini ergonomici, dalla stella polare al moderno GPS. Se il camminare sacro è cambiato nella forma, non è cambiato nella sostanza: partire per poi tornare diversi.
La sezione si arricchisce anche di calzature speciali, che raccontano storie antiche, quasi mitologiche, che nei secoli hanno alimentato tradizioni e percorsi spirituali.
Sfavillanti e preziose sono le scarpe dei Magi, non certo reperti storici, ma ricostruzioni ispirate alla tradizione presepistica napoletana del Settecento. Di questi sapienti d'Oriente, che non erano tre e non erano re, non sappiamo nulla e le loro figure rimangono ammantate di mistero, tuttavia il loro viaggio li ha resi i primi testimoni della storia della Salvezza.
Testimone della cura e della sapienza artigiana, fatta di materiali semplici ed essenziali, è poi la ricostruzione della tipica calzatura del pellegrino, che affonda le radici nell'età della pietra e che, attraversando il Medioevo, arriva fino al Rinascimento. Sono sandali realizzati a mano in pelle bovina, con suola di cuoio conciata manualmente, e riprodotti seconde le forme presenti nelle pitture medioevali.
Troviamo infine un paio di sandali francescani degli anni '60, appartenuti ad un cappuccino missionario in Angola. Riportano al peregrinare del Santo d'Assisi, per il quale il cammino era uno strumento di meditazione e di mediazione con i più poveri. Per lui, così come per altri grandi camminatori eccellenti del passato - Abramo, Buddha, Gesù e Maometto - il cammino diventa testimonianza, non solo modo di vivere, ma anche mezzo per diffondere la Parola.
C'è chi, superati i novant'anni, ha raggiunto i principali santuari mariani sparsi per il mondo, affidandosi soltanto ai propri passi, senza sponsor e senza tecnologia; chi ha fatto del cammino una forma speciale di vita di coppia e chi, con scarpe da lavoro più che da frate, ha ricostruito in quarantacinque anni un antico convento sui Monti Sibillini.
Troviamo chi ha seguito San Francesco in Terra Santa, chi ha percorso l'Italia in lungo e in largo e chi, da pensionato, ha preferito tornare ripetutamente sul Cammino di Santiago.
Qualcuno considera le scarpe come delle sorelle e i piedi come dei fratelli da amare e curare, qualcun altro apprezza gli imprevisti della strada, scoprendo che nulla è irrimediabile.
Troviamo chi vive il pellegrinaggio come un modo per sensibilizzare sui temi ambientali e chi invece cammina su due ruote, dimostrando che pure le persone con esigenze particolari possono.
Incontriamo anche qualcuno che trasforma il camminare in un linguaggio visivo.
Tutte storie bellissime, diverse, ma che mostrano la stessa verità: il cammino della fede non appartiene al passato, continua, si reinventa, trova nuove forme e ogni pellegrino, con le sue scarpe, aggiunge un passo alla grande narrazione del camminare.
Eppure, dopo aver visitato questa mostra, dopo aver visto tutto quello che un paio di scarpe può raccontare, un pensiero lo farei.
Non dico che partirei domani e non dico nemmeno che mi metterò a macinare chilometri, però mi pare chiaro che un cammino, anche breve, riesce sempre a cambiare qualcosa, a sostare un pensiero, ad aprire una possibilità.
Allora, davvero, non resta che auguraci Buon Cammino!


















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